Franco Dolci - Mario Stocchetti: L'Insurrezione nel rione di Sant'Imerio

 

8 settembre 1943 – 25 aprile 1945. “I giorni e le notti dell’ira…”  

 

   Il 25 luglio 1943 nella seduta del Gran Consiglio, è presentato un ordine del giorno, a firma di Grandi e altri, che suona sfiducia a Mussolini. L'ordine del giorno passa a maggioranza e Mussolini rassegna le dimissioni. Il regime fascista, dopo oltre 20 anni di dittatura, cade. La notizia a mezzo radio, corre in tutta Italia;  ovunque sono manifestazioni di giubilo. Oltre la fine del fascismo, la gente si attende e invoca la fine della guerra.

   Mario Stocchetti, giacché sposato, ha il permesso di pernottare a casa. Sente la notizia alla radio, poi ode delle grida fuori dal "bar popolare" sottostante la sua abitazione. è caduto il Duce . è caduto il Duce . Le grida si ripetevano, la gente appariva sorpresa, agitata, esaltata; la via Cadore, di fronte alle case popolari, andava animandosi e a ognuno era chiara l'eccezionalità dell’avvenimento, ma nessuno sapeva che cosa sarebbe successo. Badoglio, nel suo messaggio aveva detto: “La guerra continua..”.

   Alle ore 7,30 Mario rientra in caserma ansioso di sapere cosa sarebbe successo; attorno a un tavolo trova gli ufficiali che distribuiscono i caricatori dei moschetti ai soldati. La truppa è quindi posta nelle condizioni  di agire. Contro chi? Non si sa.

Tutti i permessi sono sospesi. Si dorme in caserma. è chiaro che le forze devono essere concentrate per fronteggiare, se si rendesse necessario, determinate azioni di difesa o di attacco. Ma in questo giorno non si pongono problemi del genere. La truppa  è dislocata a presidiare gli edifici pubblici d'interesse militare: la sede della Stipel, la posta centrale, l'Armaguerra, ecc.; è usata anche per garantire l'ordine pubblico. L'ordine è di sciogliere gli assembramenti superiori alle 2-3 persone.

   è evidente che la Monarchia (e la vecchia classe dirigente) temono l’irrompere delle forze antifasciste e le relative richieste politiche. Si cerca quindi di tenere in pugno la situazione. Quindi, “si sciolga il più timido tentativo di assembramento.” Per 40 giorni (dal 25 luglio all’8 settembre 1943) i soldati della “Manfredini” hanno assolto questa funzione senza sapere dove si andava a finire; ma consapevoli che tale situazione non poteva durare. Anche Mario Stocchetti, caporale motociclista dell’Auto - drappello, svolge i suoi turni di servizio.

   Nei giorni immediatamente successivi alla “caduta del Duce” si trova in servizio (portava il rancio ai soldati che presidiavano la Stipel, l’Armaguerra ecc.), quando s’imbatte in piazza Roma in alcuni muratori della Cooperativa Muratori che con scale, martelli e scalpelli abbattevano la lapide dedicata ai martiri fascisti, posta sul muro del magazzino “Italiano” un grosso negozio di abbigliamento che occhieggiava dall’angolo di  via Solferino - Corso Mazzini. La gente numerosa, nonostante i divieti di assembramento, assisteva all’abbattimento, eccitata ed entusiasta.  In esso scorgeva una speranza di pace e di giustizia che contraddiceva all’indicazione badogliana: “La guerra continua”.

   Certi periodi della storia non sono scritti solo dalle esigenze e dalle speranze della gente che scende in piazza a svellere le lapidi; ci sono altre forze, alle volte oscure  ma presenti, che fanno anch’esse la storia. E queste forze sono già all’opera.

Gli ufficiali più compromessi con il fascismo sono subito messi al sicuro. è il caso del capitano Parolini (abitava in Borgo Loreto - Cremona)  del tenente colonnello Pedroni (agricoltore di Persico Dosimo); questi portavano la striscia rossa alla manica della giacca quale emblema della partecipazione alla marcia su Roma. Ebbene, costoro sono subito trasferiti con un furgoncino chiuso (tipo cellulare) a Clusone (provincia di Bergamo) dove si trovava, per un periodo di manovre di 40 giorni, un distaccamento del Reggimento di stanza alla Manfredini. Gli Alti Comandi si sono quindi premuniti di mettere al riparo “i loro” uomini da eventuali reazioni popolari. La casta si difende, non disperde le proprie forze, in prospettiva delle sue necessità presenti e future.

   Gli ex militari della MVSN (Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale), formazione squisitamente di regime, vengono immediatamente re inquadrati nell'Esercito Regio.

Nel cortile della caserma Manfredini, gli ex miliziani inquadrati, prestano il giuramento al Re. I “fasci” delle mostrine sono sostituiti con le “stellette”, cambia qualcosa come forma, non cambia nella sostanza. Erano e rimangono al servizio delle forze più forti economicamente. Il loro “Lo giuro!” è possente, sonante. Quale miglior occasione di sentirsi potenti e al sicuro. Lo “schermo” dell’esercito Regio li fa sentire tranquilli.

Fra gli schierati per il giuramento c’è anche il famigerato Mario Merlini. «Con entusiasmo, ricorda Mario Stocchetti, alzò la mano è gridò "Lo giuro!"». Questo personaggio diventerà famoso (in senso negativo) nel periodo che va dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945. Il Merlini, che abitava in via Brescia, di fronte al bar Stella, fu fra i violenti della RSI che terrorizzavano la città. Catturato nei giorni dell’insurrezione popolare, cercò di suicidarsi tagliandosi le vene ai polsi. Portato all’Ospedale Maggiore, fu curato sotto la sorveglianza di “piantoni” partigiani. Dopo alcuni giorni fu portato in Piazza Marconi e fucilato legato alla barella. La giustizia popolare faceva il suo corso. Ma, come spesso accade, “saltavano gli stracci…”

   Di quella parola d’ordine “la guerra continua….” i tedeschi sicuramente non si fidavano e le loro forze stanziate in Italia furono potenziate. Nell’ambito di questo potenziamento va letto un episodio che sembra di poco conto, ma che di poco conto non è. Già dal maggio/giugno 1943, cioè prima ancora della caduta di Mussolini, un gruppo di militari tedeschi (una decina) si era attendato (in due tende) nella piazzetta antistante alla Chiesa di S. Omobono  (in via Ruggero Manna). Che cosa facevano? Spiavano, controllavano i movimenti militari della caserma Manfredini? Fra loro e la caserma correvano non più di 100 metri. Il vicolo S. Omobono, un breve e stretto corridoio, collegava le due forze militari. Amiche o nemiche? Lo dirà l'imminente 8 settembre 1943. 

Il giorno 7 settembre Mario vede passare da via Massarotti alcune camionette militari tedesche, coperte con tele mimetiche. Sul fianco, al centro delle tele, c’è un finestrino  rotondo, sembra  un “oblò” di una nave. Dietro “l'oblò” scorge delle facce che a lui paiono di fascisti intenti a indicare ai tedeschi  la posizione della caserma e la strada per accedervi. L'immagine dei fascisti gli sembra quella, a lui nota, di tale G. S. e di un tale detto "Conte" che faceva l'interprete dei tedeschi. Le immagini gli sembra corrispondano a questi personaggi  ma non ne è certo. è certo invece che studiavano la porta carraia della caserma che, dopo pochi metri, la apre sulla via Massarotti. I gesti gli parvero eloquenti. Nell'aria c’è ormai la sensazione che sta per accadere qualcosa di grosso.

Ed è l'8 settembre 1943. Il Re e i suoi cortigiani fuggono al Sud, ormai occupato dagli anglo-americani, lasciando alle Forze Armate l'equivoco messaggio di "difendersi". Da chi? Dagli alleati che stanno risalendo faticosamente la penisola o dai tedeschi che stanno calando in forze dal Nord? E poi perché "difendersi", che presuppone una posizione di svantaggio, e non "attaccare"? Ma attaccare presuppone avere un nemico con un nome preciso, ben individuato. Nella coscienza popolare questo nemico sono i tedeschi; ma per gli ufficiali il tedesco  è l'alleato e il cambiamento di fronte è spesso un grosso problema di coscienza. Il messaggio della corte fuggiasca non è chiaro. E sarà l’incertezza, il caos, lo sfascio.

   Andiamo per ordine: alla caserma Manfredini, tutti i militari  sono “consegnati”. Nessuno può allontanarsi. Nessuno dorme. Vige lo “stato di allarme”.

Il comandante della caserma tenente colonnello Lerz, è ricoverato presso la casa di cura S. Camillo (via Mantova) per sottoporsi a un intervento chirurgico. Il destino ha voluto che non vivesse in prima persona uno di quei momenti che fanno la storia. È stato un caso?

Il Comando, in sua sostituzione, è  assunto dai tenenti colonnelli Caruso, Papa e Pierino Donelli, quest'ultimo un bresciano del vicino comune di Pontevico. Il Comandante effettivo sembra essere il Caruso.

Dato che bisogna "difendersi", bisogna predisporre la difesa. Mario è convocato nell'ufficio del Comandante dell’auto-drappello, tenente Cesare Johnson. Questo gli ordina di recarsi alla Caserma Pagliari (che si trova sempre in via Bissolati) per comunicare al Comandante di tale caserma che occorrono subito 30 uomini di “Corvee” per andare alla polveriera di Picenengo a prelevare  i proiettili di artiglieria. Sono le 2 di notte. Il rione è avvolto in un silenzio inquietante.

Mario, rasente il muro, nell'oscurità, si reca alla "Pagliari"; riferisce l'ordine al tenente Villani (ufficiale che ha la funzione di aiutante maggiore) che gli si presenta in pigiama. Stava riposando…

I 30 uomini richiesti si presentano il mattino alle ore 6,30; il primo scarico delle cassette di proiettili avviene alle 7.30. Dal momento della trasmissione dell'ordine sono trascorse 5 ore e mezza. In questo tempo quanti viaggi si potevano fare per e da Picenengo? Invece se n'è fatto solo uno e si è perso tempo prezioso. Viene spontaneo chiedersi: c’era una reale volontà di "difendersi"?

Comunque dopo il primo carico il camion riparte per un secondo viaggio.; esce dalla porta carraia e impegna la via Massarotti; l'autista e i soldati comandati si avvedono che presso la caserma dalla G.I.L. (Gioventù Italiana del Littorio) sono appostati dei carri armati tedeschi con  i cannoni puntati contro di loro. Capiscono che non possono procedere; si fa marcia indietro e si rientra in caserma. I tedeschi, come si vede, erano già pronti per attaccare. Evidentemente avevano  una tattica e di una strategia. Noi non disponevamo né dell’una né dell’altra.

Il camion rientrato non riparte più. Nonostante i ritardi nel procurarsi munizioni in abbondanza, le forze della Manfredini si predispongono alla difesa. Un cannone è piazzato all’entrata della caserma in via Bissolati; un secondo è piazzato all’estremità della strada carraia, all'incrocio con la via Massarotti ed è puntato in direzione della casa della G.I.L. dov'erano appostati i tedeschi.

Agli  ordini dal tenente Johnson, trattori, cannoni e serventi (6 per ogni pezzo) sono in movimento. In breve sono pronti per entrare in azione.

Altri cannoni escono e raggiungono posizioni strategiche della città: uno è piazzato di fronte all’ex Palazzo della Rivoluzione (Corso V. Emanuele); un altro in Piazza Porta Venezia  per controllare la via Brescia e Giuseppina, ove sono in arrivo ingenti forze corazzate tedesche; altri due sono piazzati in altre zone della città.

Occupati i punti nevralgici per difendersi da eventuali attacchi, bisogna stabilire i collegamenti fra i vari  nuclei. A Mario è ordinato di uscire con la motocicletta come portaordini. Ma la moto non è in efficienza, … non parte … e Mario resta in caserma. Un  elemento di coesione fra i vari nuclei di difesa viene a mancare. Ogni nucleo rimane un pò in balia di se stesso. L'unico motivo di coesione è la volontà dei singoli di sbarrare la strada al tedesco che, nella coscienza dei soldati, è il vero nemico del nostro paese. E negli scontri che seguiranno avremo il valore, anche l’eroismo dei singoli, ma l'assenza totale di una guida, una coesione, una tattica e una strategia.

Privi di questi elementi primari di ogni intrapresa militare, subiamo l’attacco del nemico. I tedeschi dal Migliaro, da via Brescia e da altri punti della periferia cittadina hanno puntato le loro armi verso singoli obiettivi militari della città. E sparano; iniziano il bombardamento con la pioggia degli Sdrhampel. Gli obiettivi sono le caserme di via Ettore Sacchi, la Col di Lana di via Brescia, la "Pavolini" di via Palestro ov'erano di stanza i Bersaglieri, la "S. Martino" in Piazza San Paolo, la "Manfredii"" e la "Pagliari" in via Bissolati.

I proiettili arrivano numerosi sulla "Manfredini", esplodono con rabbia, con lampi di luce accecante, come lampi durante  il temporale. Si hanno i primi feriti fra i quali il capitano Gasperini di Bergamo. Tutti avvertono che il “nemico” è determinato e dotato di una precisa linea di condotta: attaccare con rapidità e decisione gli obiettivi militari e occupare la città. La situazione per i nostri soldati si fa difficile. Loro sono, di fatto, assediati da un nemico che stringe inesorabile il suo anello attorno alla città.

Che fare? Ecco gli atti di eroismo, non come espressione di coraggio fra forze che si misurano alla pari, ma come espressione di una reazione disperata dovuta all’impotenza. Il tenente Bagna (ufficiale in servizio permanente effettivo) urla ai presenti: «Mi occorrono 15 volontari per andare sui tetti della caserma armati con bombe a mano. Avanti i volontari! Avanti i volontari!»  Uomo di fegato, si proponeva di accogliere  il “nemico” con una pioggia di bombe a mano. Ma come  attestarsi sui tetti ormai investiti dagli “Sdrhampel” dei tedeschi? La sua proposta è quindi un gesto irrazionale, disperato, privo di logica.

Un caporal maggiore incita a gran voce a prendere posizione attorno ai  cannoni. Pur investiti dal fuoco nemico, che non accenna a diminuire, ci si prepara in qualche modo a “difendersi “.

Il cortile della caserma, ove le schegge  dei proiettili tedeschi  sibilano come lame di rasoio impazzite, è ormai vuoto. Chi non serve  ai cannoni cerca un riparo. Mario e altri compagni d'armi, fra i quali il caporal maggiore Orsi Gabriele di S. Imerio, si consultano sul da farsi. «Bisogna trovare un rifugio, qui ci ammazzano tutti.» E decidono di rifugiarsi nella stalla dei cavalli. Ma non sono ancora entrati che il tenente colonnello Papa e il maresciallo Sant (un friulano) ordinano loro di prendere le cassette di proiettili e portarle  ov'erano piazzati i cannoni.

Compiono un viaggio, rasenti i muri, mentre le schegge dei proiettili tedeschi sibilano ovunque. Il nemico attacca senza sosta. Depositate le cassette rientrano in cortile. Fatti pochi passi un boato tremendo scuote la caserma. Il cannone piazzato all'entrata di via Bissolati, ha sparato contro un carro armato tedesco che, proveniente da Piazza Castello, si avvicinava alla caserma. Il carro nemico è gravemente danneggiato e bloccato. Fra i carristi si dice ci siano stati dei morti. La cannonata ha fatto tremare tutto il quartiere, i vetri sono andati ovunque in frantumi. Il cannone, dopo lo sparo,  rincula  paurosamente, sbanda sulla parte opposta della strada e si blocca contro il muro danneggiandosi gravemente. Perché questo zig-zagare e lo schianto contro il muro? Il cannone non era ben piazzato?

Al "pezzo" posto all’estremità della strada carraia, è addetto il sottotenente Flores; fra gli addetti c'è anche il caporal maggiore Casaretti  (allievo ufficiale). La posizione è attaccata dai mezzi blindati tedeschi appostati nei pressi della casa della GIL. Flores e Casaretti moriranno valorosamente difendendo la caserma dai tedeschi che ormai stanno impossessandosi della città.

Il sottotenente Flores era uno studente universitario. Frequentò il corso allievi ufficiali alla “Manfredini” da dove è uscito sottotenente; finito il corso fu destinato al 3° Reggimento Artiglieria presso la stessa caserma. Destinato a comandare il "pezzo", combatte tenendo fede al giuramento e agli ordini ricevuti  fino al supremo sacrificio della vita. Figlio di un generale, ha onorato l'antica etica del soldato: sull'arma si cade non ci si piega. Nel cortile della caserma una lapide ne ricorda il valore e il sacrificio. Il poeta  dialettale Primo Marini, in una sua poesia dedicata al "9 settembre 1943", ne ricorda la  morte con queste parole:

E vèen sö el bröt mumèent:

rìiva ‘l cùulp de ‘na granàada;

e ‘l è Flòres, el tenèent…

la sò vìta l’è truncàada…!

[…]  

“En  bröt  cùulp - continua il poeta – gh’è da incassà…!”

Dopo gli scontri cruenti, segue un'ora circa di calma. Un silenzio inquietante avvolge tutto e tutti. Poi una notizia getta smarrimento e paura fra i soldati; gli altri Reparti militari di stanza a Cremona, dopo un eroico scontro a Porta Venezia, si sono arresi.

Sempre il poeta Primo Marini, all’epoca militare alla “Manfredini”, conferma nella sua composizione questa notizia. Scrive:

Vèers le ööndes de matìna,

‘na nutìsia dulurùuza,

fòorse àanca balarìna,

ma in stès tèemp l’è turmentùuza:

 

fanterìa e bersaglièer

j à cedìit urmàai le àarmi;

sèensa fàa tròp mistèer,

j’è ciapàat, sèensa rispàarmi.

Cioè sono catturati e fatti prigionieri dai tedeschi. E “i suldàat  (quelli della Manfredini) i se spavèenta".

Infatti, conferma Mario Stocchetti, in quei momenti di silenzio il morale dei soldati è bassissimo. Molti pensieri passano nella loro testa. I Comandanti non si vedono; nessun ordine è impartito. “Cosa facciamo? Dove andiamo a finire?” Pensano continuamente i soldati. E si fa strada l’idea del “Si salvi  chi può!”.

A questo punto Mario si presenta al tenente Cesare Johnson, che sa di tendenza antifascista e gli espone  un suo piano di salvezza: «Tenente, le cose si mettono male. I tedeschi ci fanno prigionieri. Quale sorte ci aspetta? Non lo sappiamo. Io in garage, sul camion ho una scaletta. Ci prepariamo per la fuga … Lei viene a casa mia, gli do gli abiti civili e se ne va…»

La risposta del Tenente fu commovente e sconcertante: «Voi andate pure che non avete niente da perdere. Io non posso seguirvi perché ho il materiale in consegna….»

Commovente, se in lui prevale la fedeltà alla consegna ricevuta, incurante delle conseguenze cui va incontro; ancora commovente se in lui prevale lo scrupolo di un saggio amministratore che fino all’ultimo momento vuole gestire bene il materiale che ha in consegna. La sua risposta è invece sconcertante perché sembra faccia totalmente astrazione dalla drammaticità del momento. Era inconsapevole il tenente Jhonson delle conseguenze cui andava incontro? È probabile. Comunque il suo comportamento gli costò il trasferimento e la prigionia in Germania. 

Dopo il colloquio saluta il tenente e se ne va. Insieme al compagno Orsi Gabriele decide di fuggire. Preleva la scaletta dal camion, l'appoggia alla muraglia che segna il confine fra la caserma e il biscottificio Baresi. Ai piedi della scaletta c'è il contenitore delle immondizie. Uno dopo l’altro salgono e si lasciano cadere dall’altra parte della muraglia. La tensione è forte ma sono decisi a tentare il tutto per tutto. Ritirano la scala per evitare che altri li seguano e li facessero scoprire. È un momento in cui prevale l'io sul dovere della solidarietà. Comportamento censurabile? Sul piano della disquisizione morale sicuramente. Però il principio etico va misurato nelle circostanze concrete in cui l'uomo viene a trovarsi.

I due fuggiaschi sono armati di moschetto con relativi caricatori nelle giberne. Trovatisi nel cortile del biscottificio (ove oggi c'è il parcheggio Autosilos) cercano e trovano gli spogliatoi degli operai. Entrano e non trovano anima viva. Ancora silenzio. Con la baionetta forzano e aprono la porticina degli spogliatoi. Appaiono gli abiti civili degli operai. Ai loro occhi sono un fattore di salvezza. Si levano la divisa e la buttano nei bidoni dei rifiuti; i fucili li infilano in un mucchio di fascine. Qualche momento e sono in abiti civili. Trovano anche il deposito dei biscotti e ne mangiano. Vogliono sfamarsi. “Se ci prendono prigionieri avremo almeno lo stomaco pieno!”

È ancora un gran silenzio. Un brivido di paura percorre loro la schiena. Sentono che quegli attimi possono essere fatali; la salvezza o un destino sconosciuto? Rompe la dolorosa ansia del loro essere l'apparizione del sig. Baresi, il proprietario del biscottificio. Orsi lo riconosce: con i suoi cavalli (Orsi era spedizioniere) gli faceva il trasporto di zucchero e farina.

«Ragazzi andate, suggerisce il Baresi; I tedeschi stanno entrando nella caserma.» Si odono infatti, in prossimità alla porta carraia, i tedeschi che gridano ordini. Probabilmente chiedono che si apra loro la porta, pena l’uso delle armi. Urlano in una lingua che i fuggiaschi non capiscono. Ma da essa intendono la drammatica  situazione in cui si trovano.

L'Orsi, conoscendo il Baresi gli chiede una bicicletta per tornare rapidamente, con uno dei due in canna, alle loro abitazioni a S. Imerio. La bicicletta è data senza esitazioni. Escono, con cautela dal cancello del cortile che si trova di fronte all'osteria "La Luna". Raggiungono Corso Vittorio Emanuele, un bus dell’AEM è rovesciato in mezzo alla strada, pezzi di tegole, calcinacci e altri materiali sono disseminati un pò ovunque. Era il segno dei proiettili tedeschi che anche qui erano piovuti numerosi.

Mario e Gabriele, con non poca ansia, pedalano verso la salvezza. Giungono a S. Imerio. Senza incontrare ostacoli. Sono salvi.

Giunto a casa, la moglie di Mario gli racconta che verso le 10 del 9 settembre,  insieme alla moglie di Beppe Pedroni (anche lui militare alla Manfredini) stava dirigendosi alla caserma portando con sé gli abiti civili per aiutarli a fuggire. Giunte di fronte alla Chiesa di S. Pietro (via Cadore) sono dovute tornare indietro perché i proiettili tedeschi piovevano da tutte le parti. Il fatto si spiega con l'esistenza lì vicino, in via Ettore Sacchi, di una caserma.

I tedeschi attaccavano tutti gli obiettivi militari. Il bus rovesciato sul Corso Vittorio Emanuele era anch'esso un segno del loro attacco.

Mentre Mario e Gabriele rientravano in famiglia, i militari della Manfredini che non erano riusciti a mettersi in salvo, sono fatti prigionieri, incolonnati e deportati in Germania.

Il pomeriggio, alle ore 14,30, Mario si reca subito in via Sicardo (di fronte al Circolo dell’ACI "Silvio Pellico") ove abitava il suo capitano Mario Silvio Mussi, per accertarsi se anche lui era riuscito a mettersi in salvo. Il capitano non c'era; tuttavia raggiunse la sua abitazione un'ora dopo la visita di Mario. Riuscì a fuggire uscendo da una porticina, che sembrava un corpo unico con la muraglia di cinta e che si trovava vicino alle cucine della caserma. Dava sulla via Bissolati.

Il capitano fugge insieme al caporal maggiore Pedroni Giuseppe, che abitava alle case popolari. Nella loro fuga furono aiutati da un sarto che aveva la botteguccia  proprio di fronte alla  porticina.  Questo sarto conosceva bene ufficiali e soldati perché riparava le loro uniformi. Viveva, si può dire, grazie alla caserma. La sua botteguccia fu provvidenziale per i due fuggiaschi. In essa ripararono; poi, cambiato l’abito militare con quello civile, guadagnarono guardinghi e in fretta, le rispettive abitazioni. Anche loro furono salvi.

Nei giorni della bufera anche i civili più ardimentosi vivono gli avvenimenti; chi per sparare un colpo contro i tedeschi, chi per procurarsi armi in previsione della Resistenza; qualcuno, perché non dirlo, per approfittarne  a scopo personale; qua e là, ove appena possibile, qualche caserma è visitata e rovistata.